Tutti parlano di collaborazione. Pochi sanno riconoscerla davvero.
“Dobbiamo migliorare la collaborazione nel team.” È una delle frasi più frequenti nelle aziende. Compare nei meeting, nei briefing HR, nei confronti tra manager e spesso anche nei questionari interni. Ma c’è un problema: la collaborazione non viene definita, viene trattata come un valore astratto, qualcosa di positivo, desiderabile, quasi automatico. Se le persone vanno d’accordo, se partecipano alle riunioni, se non ci sono conflitti evidenti, allora si tende a pensare che il team collabori bene. La collaborazione “è un’azione congiunta per il raggiungimento di obiettivi condivisi” . Il termine “collaborazione” sottintende mettere accanto più individui diversi e separati “(...) la cui identità distinta va salvaguardata e valorizzata.(...)” 4 L’azione comunicativa alla base della collaborazione non si ferma al solo scambio di informazioni ma si basa sulla capacità degli individui chiamati in causa di entrare in relazione con “l’altro” e di creare “(...) un nuovo prodotto (ad esempio un’idea, una soluzione o un’intuizione) che va oltre ciò che avrebbero potuto raggiungere individualmente (...)” 3 Si tratta di una integrazione di fattori organizzativi e individuali che migliorano la performance e spingono all’inclusione. La vera collaborazione non si misura dalla cordialità, si misura dalla qualità delle interazioni quando il lavoro si complica. Molti team sembrano collaborativi: le persone si parlano, le attività scorrono, le riunioni finiscono senza tensioni; dall’esterno, tutto appare ordinato. Tuttavia basta una scadenza più stretta, una priorità che cambia, una decisione urgente e il sistema mostra crepe improvvise. In quel momento diventa evidente una verità semplice: andare d’accordo non significa collaborare. Attualmente si possono stilare cinque dimensioni della collaborazione organizzativa, secondo il modello di Thomson, Perry e Miller, che prevedono sia aspetti strutturali, sia aspetti relazionali. ● Dimensioni strutturali 1. Governance: si tratta di creare regole condivise nel gruppo di collaboratori che permettono di evitare il caos e di prendere decisioni comuni. 2. Amministrazione: “chi fa cosa”, ovvero suddivisione chiara dei compiti, definizione dei ruoli e sistemi di monitoraggio. 3. Autonomia: lavorare come parte di un gruppo con obiettivi condivisi non elimina la possibilità di provare a raggiungere obiettivi individuali. ● Dimensioni sociali 1. Reciprocità: “do ut des”, la collaborazione funziona se gli individui percepiscono di ricever…